Calice
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In questo lavoro il vino non è solo soggetto, ma materia viva e memoria culturale. Questo dipinto, realizzato con vino bianco, vino rosso e inchiostro, raffigura un calice di vino bianco: un’immagine essenziale, sospesa, che diventa punto d’incontro tra gesto artistico e rituale enologico.
Il vino bianco, utilizzato come pigmento principale, porta con sé l’idea della luce, dell’attesa e della trasformazione silenziosa. La sua naturale ossidazione imprime al dipinto il passare del tempo, rendendo l’opera un organismo in continua evoluzione.
Il vino rosso interviene come eco della storia: richiama la terra, il corpo, il lavoro umano che da millenni accompagna la coltivazione della vite. Il vino è uno dei primi testimoni della civiltà: rituale sacro, moneta di scambio, simbolo di festa, di sangue, di terra e di memoria. Usarlo come pigmento significa affidare all’opera secoli di gesti ripetuti, di mani che hanno coltivato, atteso, celebrato. Il vino rosso porta con sé la densità del corpo e del sacrificio, quello bianco la luce, la sospensione, l’idea del passaggio.
Il dipinto diventa così una stratificazione di tempi: il tempo agricolo, il tempo storico, il tempo dell’ossidazione e quello dello sguardo. Nulla è fermo, nulla è definitivo. Come il vino, l’opera continua a trasformarsi, ricordandoci che l’arte, prima ancora di essere forma, è un atto di fiducia nel tempo..
L’inchiostro segna invece la presenza consapevole dell’artista, una traccia di controllo che dialoga con l’imprevedibilità della materia.
Esposta in una cantina, l’opera entra in risonanza con il luogo che la ospita: qui il vino nasce, matura e si trasforma, così come il dipinto continua a vivere oltre il momento della sua creazione. Il calice raffigurato non è solo un contenitore, ma un simbolo di tempo condiviso, di memoria e di cultura.
Larisa Tinta trasforma il vino in immagine per ricordarci che, prima di essere bevuto, il vino è storia, gesto e identità.